La poltrona sarebbe stata anche comoda ma, lì, ero legata, avevo elettrodi appiccicati alla testa, al torace e alle dita delle mani: i due camici bianchi in brevi mosse austere avevano messo sotto controllo le mie reazioni fisiologiche.
Non era esattamente la macchina della verità, anche se una verità forte, quella volta lì, è emersa prepotente: questo è infatti il racconto di come, una strana giornata di mille anni fa, abbia scoperto (mio malgrado) il vero potere del respiro quadrato.

Appena legata, la domanda interiore e irrimediabilmente tardiva, “perché sono qui?!?”, era già un mantra.
Se il motivo mi fosse ancora stato chiaro, le cose forse sarebbero andate diversamente.
Ero lì, frugata nei recessi delle mie reazioni fisiologiche, per soldi: la farmaceutica cercava ‘volontari sani’ per la fase conclusiva della sperimentazione di un medicinale contro l’ansia.
Superati i test preliminari cui, appunto, mi stavo sottoponendo, sarei stata retribuita per partecipare alla vera e propria sperimentazione: mi era ingenuamente sembrato un modo come un altro per guadagnarmi la retta dell’università.
Ma, esame dopo esame per arrivare a capire se sarei stata della partita, ero sempre più pentita, la motivazione economica sfumava e cercavo d’istinto le uscite di sicurezza.

Per essere certi della mia inclinazione all’ansia, l’ansia dovevano indurmela, misurarla e, se la quantificazione fosse risultata apprezzabile, sarei passata al livello successivo; per me la cosa importante era stabilizzare un conto in banca da studentessa che oscillava paurosamente.
L’unico mio compito, lì su quella poltrona, era respirare.
Da una bombola, anzi due, in sequenza: una con aria-in-scatola-normale, l’altra con aria-addizionata-di-anidride-carbonica, aria ‘gassata’ in pratica. 
Naturalmente ignoravo in quale bombola fosse l’aria normale e in quale l’aria gassata.
Pare assodato che un minor apporto di ossigeno causi reazioni d’ansia in chiunque, ed io ero lì perché quelle che avrei spontaneamente avuto fossero misurate e catalogate.
Fino a quel momento me l’ero cavata bene; mi ero stoicamente sottoposta a tutti i controlli medici, mi ero lasciata mettere gli elettrodi e, anche se la baldanza disinvolta che sentivo all’arrivo si era totalmente dissolta, stavo riuscendo a mantenere un contegno perlomeno dignitoso. 
Andò abbastanza bene anche quando mi misero il boccaglio della prima bombola.
La cosa diventò drasticamente difficile all’improvviso, quando un’innocente molletta da nuoto sincronizzato mi fu piazzata sulle narici.

Il mio unico attacco d’ansia l’ho avuto proprio lì, e nemmeno avevo iniziato il test. 
Saranno stati pochi secondi. Ma la concezione del tempo, dello spazio, della presenza dei camici bianchi – professionalmente gentili e distaccati – si erano liquefatte in una paura folle.
Fatto sta che i camici bianchi, invece, c’erano eccome; quell’ansia preliminare lasciava presagire un roseo futuro da cavia per la sottoscritta: mi tolsero incautamente la molletta dal naso per meno di un minuto, proprio mentre stavo per mettermi a urlare.
A me, non occorreva di più.
Quel minuto cambiò le sorti del mio conto in banca e del mio impegno nella sperimentazione farmaceutica; il mio nome, che si sappia, non è tra quelli di coloro che hanno contribuito al progresso della ricerca medicinale.

Rimessa la molletta al naso, inizia il primo round di respirazione in scatola. Finito quello, un poco di intervallo e via col secondo round.
Mi risiedo sulla poltrona, mi lascio legare, connettere agli elettrodi, alla bombola e, al momento della fatidica molletta, resto tranquilla.
Nessuna agitazione, niente ansia.
Respiro, diligente, senza notare la perplessità che traspira in aloni opachi attraverso la gentilezza professionale dei camici bianchi.
Al termine mi slegano e all’ultimo elettrodo staccato slitto immediatamente dallo status di ‘cavia’ a quello di ‘soggetto con cui interloquire’, e infatti mi chiedono quando, secondo me, avrei respirato l’aria gassata.
Beh, la prima volta, ovviamente“.
Ovviamente un corno” (sicuramente non con queste parole, ma il tono, sì, una crepa di umanità nell’algido distacco ambulatoriale). 
Dice “non solo l’aria gassata era nella seconda bombola e tu non ne hai avuto percezione, ma i dati raccolti dicono che, fisiologicamente, per il tuo organismo, stavi respirando aria normale.”
Dice “se non lo sapessi, perché ce l’ho messa io stesso l’aria gassata nella seconda bombola, mi avresti convinto, e basterebbero pochi altri come te per buttare tre anni di sperimentazioni. Ma come hai fatto?

Eh, già, come ho fatto

Ho respirato, che tanto non avevo altro da fare.
Ma d’istinto mi si è attivata una respirazione controllata, si chiama Pranayama nello Yoga.
Se ci avessi pensato, naturalmente non sarebbe andata così: ero lì con una motivazione economica chiara e lampante.
Invece, assaggiata appena l’ansia, una ribellione interiore ha messo in campo l’antidoto, il respiro quadrato, e l’unico risultato fu poi leggere di sfuggita, sul fascicolo che mi riguardava, la dicitura “resistente all’ansia”.
Diciamo la verità, essere legati a una poltrona e ridotti a cavie non è esattamente la situazione ottimale per un Pranayama.
Eppure è accaduto, e il Pranayama ha imbrogliato tutti: è venuto fuori un ritmo di respiro, un ritmo facile.
Per quaranta minuti ogni round, se ricordo bene.
E nessuno, nemmeno il mio cuore, nemmeno il mio cervello, si è accorto dell’aria gassata che entrava…il vero antidoto all’ansia, alla faccia delle farmaceutiche (e del mio conto in banca).
* immagine di Duy Huynh



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